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日志


2月10日

Orlando, la Luna e l'Ippogrigio

 

C’era una volta, e forse c’è ancora, un paesino da poco nelle prealpi lom­barde, di quelli in cui non ci passa nemmeno il treno.

Era proprio un paese piccolo, di scarsa importanza, in cui abitava un bambino con un nome importantissimo: Orlando.

Era proprio un bambino piccolo, che andava a scuola e giocava al pallone e a biglie come tutti gli altri, ma molto fiero del proprio nome altisonante perché, pensava, conferiva una grande importanza a tutte le cose che faceva, anche alle più semplici e banali.

 

Ora, dovete sapere che Orlando aveva due grandi passioni: il salto con l’asta e i grandi poemi epici.

Così, dopo aver svolto i compiti, passava i suoi pomeriggi in riva al fiume, scavalcando cespugli e piccoli ostacoli con l’aiuto di una pertica o un manico di scopa, sognando i campioni olimpionici. Poi, quando era stanco, si sdraiava all’ombra di un tiglio o di un faggio e si perdeva nella lettura delle opere di Omero o di Tasso, facendo scorrere sulle pagine il suo sottile dito indice, per non lasciarsi sfuggire nemmeno una parola.

Amava molto quelle vicende avventurose di battaglie e incantesimi e amori e atti eroici, ma ancor più amava i personaggi di quei racconti, con tutti quei nomi importantissimi: Achille, Ulisse, Rolando, Angelica, Rinaldo, Tancredi, Armida.

E Orlando, dall’alto del suo nome importantissimo, favoleggiava di essere protagonista di una di quelle storie e uccidere draghi, liberare principesse e vincere le olimpiadi nel salto con l’asta.

 

Fu proprio durante uno di quei pomeriggi che successe il fattaccio.

Orlando era sdraiato sotto un larice o una betulla e leggeva beato un’opera di Ludovico Arrosto. (Niente paura! Non è arso il grande poeta. Si tratta soltanto di un errore di lettura commesso dal prode Orlando!)

E proprio nel mezzo tra l’arme, gli amor, le dame e i cavalieri avvenne che, per un lapsus o un lapis spuntato, o forse per colpa del suo dito indice, Orlando perse il segno.

 

        In un primo momento il nostro eroe non ci badò più di tanto e si mise diligentemente a cercare con il suo indice il punto in cui aveva interrotto la lettura. Ma per quanti sforzi facesse, non riusciva più a riconoscerlo.

Ci provò di nuovo con più attenzione. E poi ancora e ancora.

Ma, niente! Orlando aveva perso il segno e non era più in grado di ritrovarlo.

 

        Avvenne poi che con il tempo il suo problema peggiorò.

Orlando, che era uno studente modello, cominciò a collezionare cattivi voti; non perché non studiasse o non si impegnasse, ma perché non era più capace di leggere una riga senza confondersi.

Non sapeva più nemmeno distinguere la bottega del droghiere da quella del macellaio e rimaneva lì impalato sul marciapiede di fronte alle vetrine, smarrito tra la lettera G e la lettera H.

E soprattutto, cosa peggiore di tutte, non poteva più leggere i suoi amati poemi epici.

 

        Il nostro eroe si mise dunque a cercare il proprio segno in ogni dove, per poter risolvere il suo problema una volta per tutte.

E fu così che Orlando divenne Curioso.

 

        Cercò in piazze e stradine, cortili e palazzine, negozi e vetrine, solai e cantine. Cercò nei castelli, oltre i cancelli, fra i propri capelli e nelle botteghe di ombrelli. Nelle cucce dei cani, in case a tre piani.

Cercò in ogni giardino, nelle caselle della posta, perfino.

Ma il suo segno, non c’era verso di trovarlo.

 

        Successe poi un giorno che il maestro lo portò, con tutta la classe, al giardino zoologico. I suoi compagni si davano alla pazza gioia e scorrazzavano tra le gabbie ruggendo ai leoni e facendo boccacce alle scimmie.

Orlando rimase indietro. Era triste, perché non riusciva a leggere il nome degli animali sulle targhe delle gabbie, e così non imparava nulla.

 

Tutto solo, si avvicinò alla gabbia di un enorme ippopotamo grigio e ne rimase impressionato per via della sua bellezza e imponenza. Talmente impressionato che decise che voleva assolutamente leggere la sua targa.

Si impegnò con tutte le sue forze e si concentrò così tanto che ci riuscì.

“IPPOGRIGIO” diceva la targa.

Felicissimo per il successo, Orlando salutò l’Ippogrigio.

- O grande Ippogrigio, o animale fatato, aiutami a ritrovare il mio segno. -

Il nostro eroe si ricordava infatti di un animale mitologico chiamato Ippogrifo e pensava che forse anche il grosso ippopotamo aveva qualche potere.

 

        E fu così che l’Ippogrigio gli rispose.

Gli raccontò che tutti i segni che vengono persi sulla Terra si raccolgono sulla Luna e gli spiegò che non doveva fare altro che andare lassù a riprenderselo.

 

        Ma per un bambino era impossibile raggiungere la Luna, se non nei sogni. E così fece. Quella notte sognò l’Ippogrigio e di essere un grande saltatore con l’asta. Impugnò il suo manico di scopa, spiccò un salto fino alla Luna e ritrovò finalmente il suo segno. E non solo quello. Con il segno, Orlando ritrovò il proprio senno, insieme a quelli persi dalle altre persone del mondo.

 

E grazie al senno, Orlando poté diventare grande e realizzare i suoi sogni.

Si mise ad allenarsi con costanza e passione e divenne un grande campione e vinse le Olimpiadi. E divenne uno sportivo leale, perché di atleti disonesti ne sono pieni gli stadi.

E si mise a studiare con interesse e amore per la conoscenza. E divenne un bravo maestro, perché di eruditi boriosi ne sono piene le università e i telequiz.

E in seguito divenne anche un esperto diplomatico, che mise fine a numerose guerre e portò la pace, perché di politici guerrafondai ne sono pieni i governi.

E infine diventò un uomo buono, perché di uomini dissennati ne è pieno il mondo, e dei loro senni, la Luna.

 

 

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