Maveko's profileIl favoloso mondo di Mav...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
(altresì detti "Idee Regalo")
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Il favoloso mondo di Maveko Pisolothis is my sh*t September 30 Ledonne LedannoNon è mica facile scrivere un pezzo contro le donne. Cioè sulla violenza delle donne, le donne violente. Contro le donne violente, no, le donne che ci violenta… no, contro la violenta, la violanza, la violenza, violenza. Che poi cos’è la violenza se non l’essere viola, cioè se uno è scemo ha la scemenza, se uno ha la violenza, ha una viola, magari da gamba, non nel senso dei calci, ma di quelle con le corde e l’archetto che si suona così, magari a letto, perché è una viola da camera, una viola del pensiero, chi viòla il pensiero? Anzi, un momento, spostiamo l’accento su questa cosa: chi vìola il pensiero? Quella sì che è una violenza, come ci si permette di violare il pensiero, i pensieri sono inviolabili, pensieri, pensa te i pensieri, pensi ieri, pensi oggi, pensi domani, pensi domani, pensi da villani… no era, giochi di mani, giochi domani: me lo diceva sempre l’allenatore dei portieri la domenica mattina prima della partita, gioca di mani, no, giochi domani e grazie tante domani è lunedì e non gioco per niente.
Ma torniamo alla questione principe, anzi regina direi sennò qui va tutto a rotoloni: la verità è che noi uomini di sesso maschile dobbiamo sensibilizzarci, mettere in moto i sensi, ma in tutti i sensi. Metterli in moto, metterci in moto, tranne nel senso che se vediamo rosso con una striscia bianca, lì è meglio di no, perché è senso vietato e bisogna stare attenti se ci mettiamo in moto perché tirano via i punti dalla tessera del benzinaio e a me mancano due pieni per prendere i borsoni da palestra, quindi per piacere attenzione.
Che poi bisogna finirla con tutti questi maschilismi, queste frasi fatte, queste fasi fratte, fratti fase e tu fatti le frasi tue, che poi vorrei sapere da chi sono state fratte e soprattutto cosa c’è al denominatore? Frasi fatte, proverbi, pronomi, proaggettivi e problemi vari se vediamo una donna al volante, che si dice “pericolo costante”: il pericolo è se son tante, specie se poi si tratta di donna volante, che ti attacca dall’alto in picchiata e noi siam pure senza contraerea. Pericolo costante, costante nel senso di quanto ci costa poi ingoiare l’orgoglio, e anche qualche aspirina dalle legnate che abbiam preso, e andare a chiedere scusa per la gaffe del pericolo costante, magari con un bel mazzo di fiori, ma anche di cuori o di quadri. Di picche, meglio di no se ci teniamo alla salute. Pericolo costante. Pericolo contante direi anche, perché il mazzo di fiori non è mica gratis sai…
Poi si dice chi dice donna dice danni, cioè chi dice donna lo dice da anni, da anni che dice donna, quanti anni? Da quando sei nato, la prima di tutte è la mamma. E di mamma ce n’è una sola, nel senso che lì di mamma c’è n’è una… sola, quindi se cortesemente il papà o i figli le fanno un po’ di compagnia. Grazie molto gentili.
Attenzione perché devo fare un appello: Maveko? Presente! Ok. Un appello perché si parla tanto di uguaglianza dei generi e parità dei sessi… ma quale parità e parità. La parità dei sessi non esiste. Lo sanno molto bene gli uomini che frequentano le docce degli spogliatoi maschili… provate a guardare bene, i sessi non sono mica tutti uguali, anzi… se ci fosse la parità dei sessi ci risparmieremmo tante di quelle insicurezze. Che poi si sa, parte tutto da lì. L’ego dell’uomo è proporzionale alla dimensione della sua… autostima. Se sei un vero uomo devi farlo vedere – non in quel senso vietato che poi ti tolgono i punti – è una continua dimostrazione. Prendete ad esempio quel gioco da tirare i pugni al luna park, la palla con tutti gli aghi intorno che poi ti pungi, il pungiball: fai vedere che sei un vero uomo, tira un bel pugno. E lì io di solito vado via perché mi hanno insegnato che i veri uomini non picchiano,anche se poi passo sempre dalla parte del pollo. E quale parte del pollo, il petto o la coscia? Ma ooh, cos’è questo? Sessismo da macelleria? Pensi piuttosto alle sua salsiccia, che come dicevamo, è l’origine di tutti i mali. Il male. Il male e il bene. Il male e il pene. Il male è il pene. Del resto la violenza sessuale, non è forse il peggior reato "penale"?
mvk June 01 SemaforiVi siete mai accorti che i semafori di notte lampeggiano all’unisono? Annegato in una periferia deserta. L’insegna al neon con il cane a sei zampe. Zanzare che banchettano. Giallo. Nero. Giallo. Nero. Giallo. Il colore del gasolio che scivola oleoso dal tubo di gomma. Nero. Sbrodolando qualche spruzzo sul bocchettone del rifornimento, che cola lungo la carrozzeria argentea come sudore dorato. Giallo. Per poi gocciare sulla tela della scarpa e intridere il calzino, assommandosi ad una selezione di odori già sufficientemente sgradevole. Nero. Il colore del manto stradale. Giallo. Il colore della segnaletica provvisoria. I soliti lavori in corso che cominciano e non finiscono. Nero. L’umore. Due giorni dal marcato sentore di merda. Non per ciò che era accaduto, no. Aveva passato dei momenti piacevoli. La merda ce l’aveva tutta nel cervello. Per il modo in cui si era comportato, in quei due giorni. Merda, come il colore delle figure che aveva fatto. Giallo. I piccolissimi fari di un’automobile microscopica. Occhi felini illuminati dal neon ronzante della stazione di servizio. Nero. Non poteva sopportare il pensiero di aver fallito ancora. Nel suo tentativo di essere una persona migliore. E ancora una volta, dover ripartire da zero. Giallo. Nero. Fallire. Ricominciare. Giallo. Incazzarsi. Nero. Ripartire. Giallo. Punirsi. Nero. Riprovarci. Giallo. Nero. Tacere. Non pensarci più. Cercando accuratamente di evitare specchi e superfici riflettenti. Non era pronto a vedersi in faccia. Non ancora. Giallo. Il gracidare delle rane nel fosso. Nero. Il tappo del serbatoio, riavvitato. Giallo. L’asma del motore. Nero. Le ruote un po’ sgonfie sul catrame, vagabonde delle ore piccole. Giallo. Nero. Giallo. Nero. Verde. Mattina.
mvk. April 29 Singhi NindereinL’impressione era quella che la pioggia aumentasse d’intensità quando lui vi si esponeva. Dentro: due gocce. Fuori: secchiate. Dentro: qualche spruzzo. Fuori: getti a pressione pneumatica da cinquanta atmosfere, per la precisione 50,65 bar, una tabaccheria e due panettieri uno dirimpetto all’altro – ma non si facevano concorrenza? – no perché lavoravano a forni alterni, uno i feriali, mentre l’altro era in ferie, e l’altro i festivi, mentre uno faceva festa – Oltretutto nessuno dei due panettieri aveva una tettoia, magari con la quarta di reggiseno, sotto cui ripararsi e quindi rimaneva sempre più esposto al diluvio universale, mentre le grondaie pluriversavano torrenti in piena crisi, dopo aver scoperto che ai corsi d’acqua non avevano imparato nulla. Maledisse la sua malafede da malcapitato che lo malcelava al maltempo, avendo lasciato l’impermeabile come sempre malamente a casa, ma la mente gli diceva che fa niente, era la cosa giusta, che lui era un bagnostico e si rifiutava di credere negli ombrelli, erano tutte cose paranormali-paragnosta-parapioggia. Si mise a correre in mezzo alla carreggiata, sollevando una mareggiata di pozzanghere coi piedi, un pediluvio, in direzione opposta e contraria alla pioggia che continuava a cadere e non si faceva neanche niente. E pioveva sulla strada. E pioveva sulle case. E pioveva nel pineto. E pioveva sulle ginestre. E pioveva sulle finestre. E pioveva sul volto di Silvano. E anche su quello di Ivano, mentre invano nominava il nome di Diogene, il suo cane. E pioveva sulle rane. E sulle liane tese da casa a casa sulle quali erano stesi vestiti – pensatè! – ad asciugare… Continuò a correre, superando la bottega del banchiere insolvente che beveva gatorade tutto il giorno per reintegrare liquidi. Svoltò bruscamente a destra, appena dopo il negozio con l’insegna “da Titiro, sberle per tutti”. Proseguì a perdifiato fino alla vetrina di Melibeo, il vinaio, quando inciampò nelle stringhe dei sandali e cadde con la faccia nel fango, le braccia su mango, la freccia su orango e si faccia un bel tango!, proprio di fronte al fioraio “Il giardino d’Arcadia”. Si rialzò furioso, orlando al cielo e invocando in modo molto blasfemo il corrispondente maschile del suddetto giardino, quando all’improvviso, come attirati dalla sua impreca azione, saei o saette fulmini lo mitragliarono. Lui li vide arrivare, li incenerì con lo sguardo, loro non si intimorirono e incenerirono lui (suscitando non poco l’ira di Bacco, Tabacco e Venere che in tal modo non avevano più nulla da fare). E dopo il lampo, tuonò cavernosa nell’alto dei cieli grondanti d’acqua la voce di Zeus che, furioso, gridava: «…siocàn mi voerìa saver chi l’è che ‘l lassa semper averta l’acqua del cess ??...»
mvk. April 01 A EmiliaPiove sul mirto consacrato a divinità ignote.
Sulle ginestre solitarie, aggrappate agli aridi pendii, schiene di giganti immoti e indifferenti. Ginestre ostili, ginestre schive tra le pietre bruciate, che tendono sterili cespi ad un cielo cinereo.
Dovresti essere più ginestra, o Emilia. Tenere lontani i tuoi nemici con spine velenose. E gli amici con aculei puntuti. Per serbare il tenero fiore giallo dorato sole prezioso al sicuro dal mondo. Cosicché nessuno lo prenda, cosicché nessuno lo scorga, cosicché non sia sfiorato dall’umana scïenza. Ma dall’oblio, la tua parte migliore, conosciuta. Tanto che potresti non esistere, o Emilia, o ginestra, e il gigante di sasso non si accorgerebbe del mutato paesaggio. Né l’ermellino si darebbe cura alcuna, celandosi al falco in altro covile.
Piove sulle tamerici salmastre, dai rami esili, del vento alla mercé, abbandonate nel deserto rosso e infuocato. Tamerici indomite, che con le radici arterie intricati labirinti mantengono unite le dune di volubile arena.
Più tamerice dovresti essere, o Emilia. Esile e flessuosa al vento impetuoso, ma radicata con fili d’acciaio al suolo sfuggente e infìdo. E non già tu da esso, ma esso da te prendere sostegno.
Dalle civette dalie maliarde tieniti lontana, ché falso è il tubero nascosto alla radice. E non nutrimento ti diano le innumerevoli punte dei petali vezzosi, che adagiati l’uno sull’altro sono la trappola dell’ape laboriosa. Gli infestanti asfodeli, piuttosto, ti siano maestri dall’alta spiga robusta. E tu, fiore nudo candido e perenne, che invadi e prosperi nei pascoli, né osa sradicarti la lingua ruvida del bove, né intaccare il tuo seme la fiamma violenta, ti sentirai chiamare erba malvagia. A torto, o Emilia.
Al tenero viburno caprifoglio vorrei assomigliarti, dai piccoli fiori innocenti come il tuo vestito di bambina e profumati. Coriacee le foglie e forti, e solo il freddo dell’anima devi temere. Ma nulla di ciò vorrei tu fossi, ché recisa, moriresti come il sole crudele secca i teneri bocciòli, o Emilia.
mvk. March 13 Mutui mutiStamattina sono andato in bianca. Cioè, sono andato in banca. In bianca banca. Una banca bianca. In bianco in banca, perché la cassiera non me l’ha data e se l’è tenuta, la ricevuta. No, l’ha ricevuta. Da chi? Da sua madre penso, ce l’ha dalla nascita. È una cosa ereditaria. Anche se io non la eredito mai. (E chi la vorrebbe, d’altro canto, quella di una vecchia zia?) Sono in banca, al banco, vestito di bianco, come chi si sposa, in bianco, per stare più leggero o magari perché non era stato molto bene la notte prima. In bianco in banca al banco. Al banco della banca. Il banco sbanca: vincono tutti. No. Vincono i Totti. Piove sempre sul bagnato. Giove sempre sul cognato. E biove sempre sul magnato. E se non è zuppa è pan bagnato, quindi ci piove sopra. Sono lì, assorto, in un pensiero ritorto, sicuramente ragionevole, sebbene fosse con-torto, quando il commesso si schiarisce la voce con un colpo. Di tosse, di carabina, che importa, fatto sta che il gesto ha l’effetto di una calamita, perché attira la mia attenzione (calamità direbbero i francesi, ma si sa, loro si lasciano attrarre dalle disgrazié) chiedo al commesso quale crimine ho commesso per meritare un tale colpo, mi venisse un colpo. Mi risponde: Servo suo, a cosa servo se non la servo? Ha ragione, penso con-torto, anche se preferirei con-torta perché sono goloso (anche se la golosìa è una brutta cosa, ha fatto finire molti rapporti. Non scorderò mai la mia luna di miele: tutti quei crateri, così dolci. Peccato per gli orsi che disturbavano un po’, con il loro brutto carattere. Così scontrosi, chiusi, orsi. Ma la luna di mele ha il picciòlo?) Vorrei accendere un muto, rispondo. Cioè, scusi, vorrei accendere un mutuo. Insomma, vorrei mutuare. Il commesso mi guarda ammutolito. Lo accendo. È possibile mutuare? Fare un mutuo? Un mutuo a un muto? Un mutuo è un muto con un difetto di pronuncia? Io ho un difetto di provincia, dopo Lecco e Lodi non mi ricordo mai cosa c’è. Dimentico sempre il capoluogo. (Esplora Milano, mi disse una volta il medico sportivo prima di entrare negli anali del calcio). Eppoi ora le province sono dodici: c’è Monza e Brianza. Stronza e Bonanza. Bronza e Finanza. Tonza e patonza. Seme e semenza. Sceme e scemenza. Pene e penitenza. Fatto? Fattanza. Devo fare un mutuo. I mutui si fanno alla mutua? È quindi mutuabile? Ha delle garanzie? Zie che garantiscano? Padri che fideiuscano? Qual è il suo mestiere? Il tempo è determinato? È un lavoratore temporizzato? Controllare la data di scadenza sul retro della confezione. Sa, mi arrangio. Tiro a campane. Ed è faticosissimo, pesano tonnellate. Scusi, non vorrei rubarle il tempo. Il crimine non paga e i soldi mi servono, più dei commessi. Avrei dovuto lavorare in posta: si sa, la busta paga. Il mutuo, quindi, non è mutuabile? Il fatto è infattibile? L’ABI è inabile? Il CAB non è cabinabile? E l’IBAN? Iban chi? Iban il terrivile, lo zar di Prussia, Promanìa e Olònia. Basta aggiungere una Pi davanti al nome (o toglierla se c’è già). Niente mutuo dunque? Né a me né al muto? Né in Prussia né in Olònia? Ma che piscia di paese, il nostro… Pitalia.
mvk. March 06 Ssssshht....La chiesa era uguale alle case, ma aveva una croce, e forse un po' più di vernice. Ed un'unica luce fornita da fiaccole appese, imbevute di pece.
Fu lì che la vidi, a braccetto col prete. Era il cinque di aprile e tirava una brezza che dava un colore alla quiete e profumo di pane alle olive. Lei pure mi vide, e forse sorrise. Non sono sicuro, ma forse davvero sorrise, perché all'improvviso fu molto più forte l'odore di pane alle olive.
La gente che passa ci guarda e prosegue veloce.
Ci osserva e prosegue veloce.
Magari saluta, ma sempre prosegue veloce
Se almeno si vedesse l'autostrada, ci porterebbe senz'altro a una città. Oppure proseguire, ovunque vada, meglio, meglio che qua.
A volte succede qualcosa di dolce e fatale, come svegliarsi e trovare la neve. O come quel giorno che lei mi sorrise, ma senza voltarsi e fuggire.
Vederla venirmi vicino fu quasi morire. Trovare per caso il destino e non sapere che dire. Ma invece fu lei a parlare: "Mi piace guardare la faccia nascosta del sole, vedere che in fondo si muove. Dormire distesa su un letto di viole - mi disse - E a te cosa piace?"
"Mi piace sentire la forza di un'ala che si apre. Volare lontano, sentirmi rapace. Capace di dirti ti amo. Aspettiamola insieme l'estate".
E intanto volevo sparire, pensando alle cose che avevo da offrire.
Gli incroci.
La casa.
La chiesa.
La croce.
Gli incroci la casa la chiesa la croce, ed in più lo spettacolo atroce di tutta la gente che passa ci guarda e prosegue veloce.
Ci osserva e prosegue veloce.
Magari sorride, ma sempre prosegue veloce.
La gente.
Che passa.
Che guarda.
Che osserva.
E prosegue veloce.
![]() mvk. February 28 Paesaggio con trenoUn'immagine: la bassa buia, deserta e silenzio. E puntini luminosi finestrini della frecciarossa che taglianoametà sfrecciano spariscono oltre l'autostrada. E l'auto che scorre sull'autosole dritta e circondata dal niente. E il grande fiume che scorre lento sotto le arcate del ponte di Piacenza nord. Chilometri che sotto il culo passano e allontanano i guai. Chilometri che sotto il culo passano e allontanano i guai. Viaggiare. Vedere tutti gli angoli della terra. Rincorrere le estati, farsi rincorrere dalla guerra che è nel cuore. Correre più veloce del dolore. Con un jet supersonico precedere il tuo stesso rumore, fare in modo che non ti raggiunga mai. Viaggiare al volante di una macchina scassata che per ogni chilometro in più è un gloria al padre e fare una telefonata a tua madre e dire: "E' tutto a posto, ritorno per natale ad ogni costo". Partire, viaggiare.
La chiacchierata di oggi a pranzo con Roberta mi ha segnato profondamente. Come faccio a resistere inchiodato qui? Bella domanda. Ma non le ho prese troppo sul serio queste responsabilità? E' il momento di fermarsi e costruire, o di viaggiare, di andare via e sfidare la vita...? Che invidia. Robi tu sai stare sola. Lontana da casa. Rifarti una vita nuova in ogni luogo. Tu sei libera. Io vivo con la famiglia, ho sempre avuto legami sentimentali, non ho mai potuto prendere e andare. E ora non so se ne sarei in grado. Lo sento come un limite. Non so stare da solo. Dovrei imparare, ma come faccio?
Ho una voglia immensa di salire su un treno e vedere l'Italia sfrecciare fuori dai vetri, sentire le traversine sotto il culo tutuntutun-tutuntutun. Ho voglia di prendere la transiberiana e andare a vedere Vladivostok, se non fosse che ormai è un viaggio per ricchi tromboni. (Ah Blaise Cendrars, ti addoloreresti sapendolo).
Che cosa mi trattiene? Le prove col gruppo sono andate una merda. Facile che mi scappa la voglia andando avanti cosi.
Che cosa mi trattiene? Lei? Che abita a tre chilometri da me, e non ci vediamo uguale come se abitassimo su pianeti diversi...
Che cosa mi trattiene? Me? La paura? che cosa? Lo scarseggio di pecunio... ? Ecco sì una motivazione valida...
Non ho chi mi mantiene in un'altra città, io. Ma che invidia sentire dire: "Devo decidere in che città vivere l'anno prossimo"
Milano sucks.
Partire, viaggiare. Perchè poi a 41 anni ti becchi il tumore fulminante al cervello e in due giorni te ne vai da questo buco di culo di mondo. Ma si può?
Partire, viaggiare. Scoprirsi Marco Polo, e non sentirsi soli tra gli umani. Stringere milioni di mani in ogni posto. Agosto dopo agosto dopo agosto dopo agosto dopo agosto...
mvk. |
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